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    L’atomica europea. Il libro di Paolo Cacace, Fazi Editore.

    La storia raccontata in questo libro è paradossalmente ignota all’opinione pubblica italiana e alla classe politica che è andata al governo negli ultimi quindici anni.

    Questo libro nasce principalmente dal desiderio di raccontare gli aspetti di un episodio poco noto della storia politico-diplomatico-militare della guerra fredda: il tentativo della Francia, della Germania Occidentale e dell’Italia di costruire una bomba atomica in comune. È un progetto di cooperazione intergovernativa che risale agli anni 1957-58, in concomitanza con l’entrata in vigore del Mercato Comune Europeo e dell’EURATOM. Fino a qualche tempo fa i documenti che ne comprovano l’esistenza erano gelosamente custoditi negli archivi diplomatici dei ministeri dei tre paesi interessati. Ora, però, la cortina di silenzio si sta dissolvendo. Comincia a delinearsi un quadro complessivo abbastanza esauriente. È possibile fissare i contorni, gli obiettivi e naturalmente anche i limiti di quello che venne definito l’”accordo tripartito” per l’atomica europea, la cui realizzazione, com’è ovvio, avrebbe modificato profondamente gli equilibri continentali e l’intera gamma dei rapporti in campo occidentale. Ne rendiamo conto grazie a una documentazione in larga misura inedita e grazie alle testimonianze di uno dei protagonisti del progetto: l’allora ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani, che sottoscrisse l’intesa insieme ai colleghi francese, Jacques Chaban-Delmas, e tedesco, Franz Josef Strauss. Vengono ripercorse tutte le tappe del piano tripartito e le sue connessioni interne e internazionali con lo scenario di una Quarta Repubblica francese ormai agonizzante, di una Germania Occidentale angosciata dalla permanente minaccia militare sovietica e desiderosa di vincere le residue minorità postbelliche e di un’Italia esposta ai marosi di un endemico deficit di stabilità politica, ma sottoposta ai vincoli del duopolio fissato a Jalta. Non va dimenticato, tra l’altro, che il progetto dell’atomica europea nasce e si sviluppa mentre la politica estera italiana, sotto la spinta del suo deus ex machina Enrico Mattei, segue sullo scacchiere mediterraneo indirizzi di spregiudicata autonomia in campo energetico, che suscitano non pochi malumori in America. Sarà il ritorno al potere di Charles de Gaulle, nel maggio del 1958, a far calare il sipario sull’ambizioso progetto dell’”eurobomba”, anche se può aver giocato un ruolo non trascurabile proprio il nuovo governo italiano presieduto da Amintore Fanfani che dà via libera, invece, allo schieramento nel nostro paese dei missili statunitensi a medio raggio, della classe Jupiter. Tuttavia il libro non si limita a far luce sull’episodio del tentativo italo-franco-tedesco. Lo inquadra nel difficile rapporto tra le due sponde dell’Atlantico all’indomani del lancio dello Sputnik e dei primi esperimenti di missili balistici intercontinentali sovietici che pongono fine al mito dell’invulnerabilità nucleare del territorio americano. E soprattutto si propone di indagarne le cause remote e profonde, risalendo agli albori della sfida atomica tra le due superpotenze e al ruolo che in tale contesto giocano i paesi europei. Ecco perché la narrazione parte proprio da quel 24 luglio del 1945 quando Harry Truman riceve al Cecilienhof di Potsdam la notizia sconvolgente della riuscita del primo esperimento atomico di Alamogordo, nel Nuovo Messico, e la comunica a Stalin. Quindi il libro ripercorre tutte le tappe salienti della sfida atomica russo-americana, dall’inizio ai giorni nostri, analizzandone gli effetti sulle vicende politiche europee e sulla nascita delle prime istituzioni comunitarie, secondo una cadenza e una periodizzazione che non seguono, per ovvie ragioni, un andamento cronologico uniforme, ma concentrano l’attenzione su determinati episodi. Al tempo stesso, la strategia nucleare americana viene osservata anche sotto l’aspetto dell’utilizzazione dell’energia atomica a fini di pace, essendo sempre molto tenue lo spartiacque che divide l’impiego civile del nucleare da quello militare. Numerosi – molti più di quanto comunemente si possa credere – sono i momenti, nella stagione della guerra fredda, in cui America e Unione Sovietica mettono in allerta i rispettivi dispositivi atomici e minacciano di premere il dito sul grilletto nucleare. Certo, la crisi di Cuba dell’ottobre del 1962, con il drammatico braccio di ferro tra John Kennedy e Nikita Chruscev, rappresenta un punto di svolta. Dopo essersi trascinate sull’orlo del baratro, le due superpotenze avviano una stagione di “disgelo” che porterà, dopo qualche anno, alla firma del trattato di Non Proliferazione nucleare. Ma il “fattore atomico” gioca sempre un ruolo centrale nell’orientare le grandi scelte internazionali, anche perché il “club nucleare” si arricchisce di nuovi soci. Dal 1964, oltre alle due superpotenze, alla Gran Bretagna e alla Francia, vi fa parte anche la Cina di Mao. Ecco, quindi, che il libro rappresenta anche una sorta di rilettura della politica internazionale dal secondo dopoguerra ai giorni nostri sotto la lente speciale dei rapporti atomici. Perché se è vero quel che sostiene Henry Kissinger secondo cui la storia nucleare è «una storia di distruzioni non avvenute» è altrettanto vero che la minaccia di tali distruzioni, ovvero il “fattore atomico”, ha condizionato e orientato molte scelte cruciali. Non è possibile, ad esempio, comprendere eventi chiave della politica europea degli anni Sessanta, come il veto di de Gaulle all’ingresso della Gran Bretagna nel MEC e il successivo patto franco-tedesco, senza tener conto in modo adeguato delle problematiche nucleari. Quanto all’Italia, con il ritiro degli Jupiter dalle basi pugliesi e con il mancato accordo sulla forza multilaterale, comincia una stagione di declino poiché diminuisce il suo peso specifico agli occhi dell’alleato americano. Le questioni strategiche e industriali si intrecciano a lungo, privando il paese di una politica nucleare degna di questo nome anche a causa di scandali (basti ricordare il “caso Ippolito”) che non contribuiscono a orientare in modo chiaro e risoluto le scelte nazionali. A metà degli anni Settanta c’è un estremo tentativo, peraltro ampiamente accademico, di riaprire un dibattito sull’opportunità di rinunciare o meno all’”atomica italiana”. Prevale la decisione di sottoscrivere il trattato di Non Proliferazione Nucleare (1975), e qualunque opzione nucleare, anche in campo civile, appare definitivamente cancellata dopo l’esito dei tre referendum popolari sulle centrali atomiche del novembre 1987. Tuttavia, questo non significa affatto che la questione nucleare sia completamente rimossa per il nostro paese che, tra l’altro, deve onorare gli obblighi della solidarietà atlantica, come in occasione della crisi degli “euromissili” alla fine degli anni Settanta, e, come alleato degli Stati Uniti, deve ospitare sottomarini nucleari alla base della Maddalena e armi atomiche nelle basi di Aviano e di Ghedi Torre, presso Brescia. La parte finale del libro è dedicata alle vicende di oggi e di domani. Il crollo dell’impero comunista – sotto la spinta dell’ingegnoso ancorché irrealizzabile “scudo stellare” patrocinato da Ronald Reagan – ha ridotto notevolmente il peso della sfida nucleare russo-americana. È cominciato, finalmente, nella stagione del “dopo guerra fredda”, un percorso virtuoso che sta portando America e Russia a impegnarsi per ridurre sensibilmente, di migliaia di testate atomiche, i rispettivi arsenali. George W. Bush e Vladimir Putin sembrano intenzionati a realizzare con maggiore determinazione quegli accordi di riduzione e di limitazione delle armi strategiche, la cui strada era stata tracciata sin dagli anni Settanta da Richard Nixon e da Leonid Breznev, sotto la regia pragmatica di Henry Kissinger. Ma la proliferazione nucleare non è assolutamente cessata. Al contrario, il numero degli Stati detentori di armi atomiche è cresciuto negli ultimi anni con gli esperimenti nucleari compiuti da India e Pakistan e con la presenza di un forte, ancorché non precisato, arsenale nucleare in possesso dello Stato di Israele. In aggiunta, fiorisce la categoria dei cosiddetti “Stati canaglia”, nazioni che dispongono o ambiscono a disporre di armi nucleari e contro le quali s’indirizzano i piani strategici dell’amministrazione Bush, soprattutto nella scia del trauma provocato dall’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Il tutto mentre anche l’Europa in quanto tale finisce nel mirino della criminale strategia del terrorismo internazionale, come dimostra la strage di Madrid dell’11 marzo 2004. Ebbene, in tale contesto l’Unione Europea quale atteggiamento deve assumere? Deve rinunciare a qualunque opzione nucleare, limitandosi ad affidare la sua sicurezza, come sempre, all’Alleanza Atlantica oppure deve riflettere sul suo status e porsi il problema di una sua possibile autonomia anche in questo campo? Gli accordi sulla politica estera e di sicurezza comune sottoscritti a Maastricht e poi consolidati dai successivi trattati ignorano totalmente l’aspetto nucleare. Le missioni previste per la costituenda Forza d’Intervento Rapido sono quelle denominate “Petersberg”: azioni limitate, di tipo regionale, destinate a spegnere focolai di crisi locali. Nondimeno, la questione nucleare è ben presente in seno all’Unione, non fosse altro perché due paesi membri, la Francia e la Gran Bretagna, dispongono da tempo di arsenali atomici. E teoricamente i rispettivi governi potrebbero metterli a disposizione di una forza comune europea. Un deterrente europeo – va ricordato – cui potrebbe partecipare anche l’Italia, poiché al momento della firma del trattato di Non Proliferazione Nucleare il nostro governo chiese e ottenne di apporre in calce all’intesa la cosiddetta “clausola europea” in virtù della quale una nostra partecipazione sarebbe possibile se l’Unione Europea decidesse di dotarsi di uno strumento nucleare comune. Le controindicazioni non mancano, gli ostacoli sono numerosi. E non vengono taciuti. Ma quel che appare innegabile è l’opportunità di una riflessione pacata, approfondita su tale problema che riguarda, più in generale, il tipo di responsabilità e di presenza che l’Unione Europea vuole avere sullo scenario mondiale. In qualche modo si ripropongono gli interrogativi che quasi mezzo secolo fa indussero i governi di Francia, Italia e Germania a tentare, senza fortuna, la via dell’“atomica europea”. Questo volume non può e non vuole suggerire risposte definitive. Vuole soltanto fornire gli strumenti per favorire un dibattito su un tema a lungo ingiustamente considerato alla stregua di un tabù. Roma, maggio 2004

    Prefazione di Sergio Romano

    Una storia rimossa

    La storia raccontata in questo libro è paradossalmente ignota all’opinione pubblica italiana e alla classe politica che è andata al governo negli ultimi quindici anni. Non credo che la scomparsa di molti protagonisti – Pella, Scelba, Mattei, Ippolito, Saragat, Fanfani, Taviani, gli ambasciatori a Parigi, Bonn, Washington, Londra – basti a spiegare il velo di silenzio che è sceso sulla politica nucleare dei governi italiani dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ci restano i diari di Paolo Emilio Taviani, ministro della Difesa dal 1953 al 1958, gli scritti di Felice Ippolito, segretario generale del CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) e di Achille Albonetti, responsabile del Comitato per i rapporti internazionali. Ci restano i saggi e le memorie di Roberto Gaja, segretario generale del ministero degli Esteri negli anni in cui il governo italiano ratificò il trattato di Non Proliferazione. Ci restano soprattutto i documenti degli archivi italiani e quelli dei due paesi (Francia e Germania) che firmarono con l’Italia nel 1957 un accordo tripartito. La storia che gli italiani ignorano è nota ai governi europei, agli americani e a tutti coloro che hanno studiato l’influenza dell’energia nucleare sulla politica internazionale negli ultimi sessant’anni. Se in Italia è apparsa, sino al libro di Cacace, marginale o irrilevante, le ragioni, quindi, vanno cercate altrove. Ma occorre anzitutto ricordare brevemente i termini della questione. Nell’autunno del 1956 il governo francese, presieduto dal socialista Guy Mollet, tirò fuori dal cassetto un vecchio progetto, di cui si era segretamente discusso nei mesi precedenti, e propose a due partner europei (Germania e Italia) un’intesa tripartita per la collaborazione atomica in campo militare. La proposta fu avanzata dopo il fallimento della spedizione anglo-francese a Suez, in un momento in cui la Francia, ricorda Cacace, era impegnata nella guerra algerina e lamentava l’insensibilità della NATO per una questione che il governo di Parigi considerava vitale. Il riferimento a Suez conferma che la piccola guerra scatenata contro l’Egitto dalle due potenze europee con la complicità di Israele dopo la nazionalizzazione del Canale fu, insieme a quella di Corea, il primo grande spartiacque della politica internazionale nel secondo dopoguerra. Quando gli Stati Uniti intervennero e imposero la cessazione delle ostilità, Gran Bretagna e Francia ebbero reazioni opposte. A Londra i conservatori scelsero un nuovo premier nella persona di Harold MacMillan, dettero un colpo di acceleratore alla decolonizzazione e decisero che il rapporto speciale con gli Stati Uniti era più importante dei loro vecchi sogni imperiali. La Francia conservò Guy Mollet alla testa del governo e decise testardamente che soltanto l’arma atomica le avrebbe permesso di non piegare la testa di fronte all’America. Il patto tripartito che Parigi offrì in quei mesi alla Germania e all’Italia risponde per l’appunto a questa esigenza. Il lettore troverà nel libro le varie tappe di un negoziato che durò due anni e si concluse nell’aprile del 1958 con due incontri dei tre ministri della Difesa: Jacques Chaban-Delmas per la Francia, Franz Josef Strauss per la Germania e Paolo Emilio Taviani per l’Italia. Nel primo incontro, a Parigi, venne firmata una convenzione «per lo sviluppo delle attività dell’Istituto di ricerche di Saint Louis in Alsazia in cui [erano] comprese verosimilmente iniziative di studio e sperimentazione in campo nucleare». Nel secondo, a Roma, furono approvate iniziative di collaborazione nel settore delle armi convenzionali e fu raggiunto «un accordo segreto per la costruzione di un impianto di separazione isotopica per la produzione di uranio arricchito a Pierrelatte, in Francia». Le spese sarebbero state sostenute per il 90 per cento da Francia e Germania, per il 10 per cento dall’Italia. La partecipazione italiana era modesta, ma dava al governo, presieduto allora da Adone Zoli, la possibilità di acquisire informazioni e materiali. Il paese, del resto, era ormai in condizione di farne buon uso. Nel 1952 era stato creato il CNRN (Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari) e gli era stata affidata la costruzione di un primo reattore. Nel 1956, presso l’Accademia Navale di Livorno, era entrato in funzione il CAMEN (Centro per l’Applicazione Militare dell’Energia Nucleare). I primi risultati furono visibili negli anni seguenti. Nel 1958 cominciò la costruzione della centrale di Latina, nel dicembre 1962 il reattore divenne critico e nel maggio dell’anno successivo, come ricorda Cacace, cominciò la produzione di energia elettrica. Erano cominciati contemporaneamente i lavori per un’altra centrale, sul Garigliano, che avrebbe prodotto energia nel gennaio del 1964. Nel frattempo anche due grandi aziende private, FIAT e Montecatini, erano scese in campo. Un reattore di ricerca fu installato a Trino Vercellese e cominciò a produrre energia nel 1964. Esistevano quindi in Italia, negli anni Sessanta, le condizioni per una politica nucleare che avrebbe permesso al paese, tra l’altro, di affrontare con maggiore tranquillità e indipendenza le grandi crisi energetiche del 1973 e del 1979. La parte militare del programma, tuttavia, era stata abbandonata lungo la strada. La responsabilità fu in primo luogo francese. Quando tornò al potere nel maggio del 1958, il generale de Gaulle volle che la Francia denunciasse l’accordo tripartito dei mesi precedenti. Non credeva che la potenza nucleare potesse restare nelle mani di un’amministrazione condominiale ed era deciso a dotare il suo paese di una force de frappe esclusivamente nazionale. L’Italia, dal canto suo, finì per assecondare la scelta di de Gaulle. Non appena formò il suo secondo governo, dopo le elezioni del maggio 1958, Amintore Fanfani decise di coltivare il rapporto con gli Stati Uniti e fece un viaggio a Washington in luglio durante il quale, tra l’altro, cercò di convincere il presidente Eisenhower che l’Italia sarebbe stata nel Mediterraneo il migliore interlocutore dei paesi arabi e che avrebbe fatto nell’interesse dell’Occidente la parte del “buon sensale”. Fanfani diffidava della politica di de Gaulle, ma per molti aspetti gli assomigliava. Sapeva che la politica araba della Francia era allora fortemente condizionata dalla questione algerina e riteneva che l’Italia, grazie alla sua “verginità” coloniale e alla politica petrolifera di Enrico Mattei, avrebbe potuto prenderne il posto. Non basta. Voleva altresì, come usava dire in quegli anni, «spostare a sinistra l’asse della politica italiana» e desiderava assicurare Eisenhower che il nuovo corso non avrebbe intaccato l’alleanza con gli Stati Uniti. Il governo Fanfani durò soltanto qualche mese, ma quello di Antonio Segni, insediato nel febbraio del 1959, completò la svolta americana della politica estera italiana negoziando con Washington, poche settimane dopo, l’installazione di missili Jupiter nel territorio nazionale. Fu quello il momento in cui l’Italia rinunciò implicitamente alla prospettiva d’una bomba europea. Cambiava intanto l’atteggiamento della pubblica opinione verso le armi nucleari. Tra i movimenti pacifisti e antiatomici dell’immediato dopoguerra e quelli degli anni Sessanta vi è una importante differenza. Mentre i primi furono orchestrati da Mosca, con l’appoggio dei partiti comunisti, ed erano motivati soprattutto dal timore che l’America approfittasse della propria superiorità per distruggere l’URSS, i secondi rispecchiarono sentimenti diffusi in larghi settori delle società occidentali. Stalin era morto, il “disgelo” e la distensione erano diventati temi quotidiani del dibattito politico, gli esperimenti nucleari e le radiazioni rappresentavano una intollerabile minaccia per la vita umana e l’ambiente. Quando un filosofo inglese, Bertrand Russell, prese la guida di un grande movimento (il CND, Campaign for Nuclear Disarmament) e organizzò raduni che richiamavano decine di migliaia di persone, i governi delle democrazie occidentali capirono di avere a che fare con un’opposizione più importante di quella che era scesa in piazza dieci anni prima per protestare contro l’atomica americana. Cominciò allora il lungo negoziato per accordi, stipulati negli anni seguenti, che avrebbero sospeso, limitato o proibito i più pericolosi esperimenti nucleari. Questi accordi, beninteso, non impedirono alle due maggiori potenze di modernizzare il loro arsenale e al club atomico di allargarsi progressivamente a nuovi membri, reali o potenziali: dopo la Francia e la Cina (“atomiche” rispettivamente dal 1960 e dal 1964) anche Israele, il Sudafrica e, più tardi, l’India. Fu quello il momento in cui gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica capirono di avere gli stessi interessi e si accordarono di fatto per lavorare insieme a un trattato che avrebbe vietato la proliferazione delle armi nucleari. Fu firmato il 1° luglio 1968 e costrinse l’Italia a uscire dalle incertezze e ambiguità degli anni precedenti. Se avesse ceduto alle pressioni dell’America, che le chiedeva insistentemente di firmare, avrebbe rinunciato, nel settore degli armamenti, alle sue ambizioni nucleari del decennio precedente. La decisione di firmare fu presa agli inizi del 1969 da un governo in cui il ministro degli Esteri era Pietro Nenni. Per le grandi potenze nucleari, interessate a limitare il numero dei concorrenti, il clima politico italiano non poteva essere migliore: la contestazione nelle università, gli scioperi nelle fabbriche, i socialisti al governo e, alla guida della diplomazia italiana, un uomo che nella primavera del 1949, dopo la firma del Patto Atlantico, si era battuto in Parlamento contro il «cappio delle alleanze». Cacace osserva che l’Italia, tuttavia, prese qualche precauzione e pretese una clausola «europea» con cui «dichiarava formalmente di rinunciare a una forza atomica nazionale, ma non a una forza atomica europea, laddove il processo di disarmo nucleare, a livello internazionale, non si fosse realizzato». Occorreva ora la ratifica. Ma le vicissitudini della politica italiana dopo la crisi del centro-sinistra e le elezioni del 1972 ebbero l’effetto di riaprire la discussione nel governo sulla scelta atomica della politica estera italiana. Esistevano ancora ambiziosi programmi per l’impiego civile dell’energia nucleare. E un programma civile poteva sempre, all’occorrenza, avere risvolti e implicazioni militari. Era civile o militare, ad esempio, la nave Enrico Fermi (un’unità di supporto logistico a propulsione nucleare) che la Marina militare aveva deciso di costruire sin dal dicembre del 1966? Quando il reattore della nave divenne critico e l’Italia cercò di comprare le due tonnellate di uranio arricchito necessarie al suo funzionamento, gli Stati Uniti sostennero che il progetto aveva caratteristiche militari e negarono il loro appoggio. A qualcuno parve che il no americano e, di lì a qualche anno, il primo esperimento nucleare indiano (maggio 1974) avrebbero dovuto indurre l’Italia a diffidare del trattato con cui le maggiori potenze volevano ingabbiare i paesi “minori”. Fra gli altri meriti il libro di Cacace ha quello di rendere onore a due diplomatici, Roberto Ducci e Roberto Gaja, che in quei mesi cercarono di provocare nel governo italiano un ultimo ripensamento. Gaja, in particolare, scrivendo su «La Stampa» con uno pseudonimo (Roberto Guidi), spiegò che gli esperimenti nucleari indiani avrebbero convinto altri paesi del Terzo Mondo a cercare l’indipendenza energetica: una ragione di più secondo l’autore perché l’Europa acquistasse un profilo nucleare. Mentre gli uomini politici smentivano le ambizioni nucleari dell’Italia, un gruppo di 142 scienziati, fra cui Edoardo Amaldi, esortò il governo a promuovere la ratifica del trattato di Non Proliferazione. L’approvazione del Parlamento venne nell’aprile del 1975. Alla Camera, in quella occasione il ministro degli Esteri, Mariano Rumor, ripeté che l’Italia, se la Comunità Europea avesse fatto una scelta nucleare, si sarebbe considerata libera di partecipare alla formazione di un deterrente europeo. Ma questa affermazione di principio era priva di qualsiasi efficacia. Privandosi del diritto di costruire armi nucleari l’Italia non avrebbe mai potuto
    potuto gettare sul piatto della bilancia, per convincere Francia e Gran Bretagna, il contributo della propria forza e della propria competenza. Molto di ciò che accadde negli anni successivi, dai laboriosi programmi energetici adottati dopo gli shock petroliferi al fatale referendum del novembre 1987 con cui i programmi del “nucleare civile” vennero resi impossibili, è il risultato delle due grandi rinunce degli anni Cinquanta e Settanta. Dopo essere stato uno dei paesi più avanzati e intraprendenti nel campo delle ricerche nucleari, l’Italia aveva progressivamente smantellato le sue migliori istituzioni ed era uscita da uno dei settori decisivi e più promettenti della scienza moderna. Il danno è stato irreparabile. Il paese ha perduto prestigio e potere negoziale, è diventato, per le sue necessità energetiche, pericolosamente vulnerabile, non è più in grado di tenere il passo con la scienza e la tecnologia dei paesi più dinamici. Non basta. Gli argomenti che hanno giustificato queste scelte sono clamorosamente contraddetti dalla realtà. Il paese che ha rinunciato alle armi atomiche in nome della pace ospita basi nucleari straniere. Il paese che ha rinunciato al nucleare civile in nome della salute e dell’ambiente è stato esposto alle radiazioni di Cernobyl e importa energia elettrica prodotta da impianti nucleari a poche centinaia di chilometri dalle sue frontiere. La responsabilità, in ultima analisi, è di un sistema politico fragile, oscillante, più attento agli umori della pubblica opinione che agli interessi fondamentali del paese. È questa, credo, la ragione per cui la storia raccontata da Cacace è poco nota. Gli italiani, evidentemente, preferiscono dimenticare i loro errori.